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Van Gogh attraverso gli occhiali di David Hockney

Che cosa succede quando un artista decide di rifare un quadro del passato?

Nel 1988 l’artista inglese David Hockney realizza un omaggio a Vincent Van Gogh dipingendo una propria versione delle celebri sedie dipinte dall’artista olandese nel 1888. Alla luce di cento anni di storia dell’arte, Hockney rilegge le novità stilistiche del padre dell’espressionismo in un personalissimo omaggio: il risultato sono dei quadri che per originalità e immediatezza comunicativa dovrebbero stare in tutti i manuali di storia dell’arte accanto agli originali. In questo articolo proviamo a spiegarvi perché.

David Hockney dipinge Van Gogh: quando un quadro aiuta a capirne un altro.

Con un po’ di fantasia dobbiamo immaginarci Hockney passeggiare per le sale della National Gallery di Londra o del Van Gogh Museum di Amsterdam come un normale visitatore. Dobbiamo pensare che il suo occhio è il nostro; che il suo modo di vedere e di percepire il messaggio che la pittura di Van Gogh trasmette, è quello di un uomo che ha attraversato il novecento con le sue rivoluzioni tecnologiche e culturali e che oggi, a ottant’anni, dipinge con l’i-pad. Interessato come tutti noi al senso, ma abituato per mestiere a ragionare attraverso le forme, lo sguardo di Hockney ci aiuta a vedere Van Gogh fuori dai soliti stereotipi, guidandoci dritti alla ragione della sua modernità.

La sedia di Van Gogh dipinta nel 1888 e la versione di David Hockney del 1988

Prendiamo come esempio il quadro più celebre dell’artista olandese, La sedia di Van Gogh.

Il quadro si presenta ai nostri occhi come un classico della storia dell’arte, riprodotto in tutti i manuali scolastici affiancato dalla sedia di Gauguin. Proviamo a metterlo accanto alla copia di Hockney e vediamo in cosa differiscono.

Guardando attentamente l’originale di Van Gogh ci accorgiamo che l’orizzonte alto, che dovrebbe dare un senso di profondità e solidità allo spazio, genera invece l’effetto opposto: il pavimento non ha alcuna solidità e lo spazio precipita. Per fare fronte a questo preoccupante cedere dello spazio, la sedia reagisce esasperando le proprie forme ed evidenziando i propri contorni. In altre parole, nel fare fronte a uno spazio che ha perso la sua misura, senza più coordinate né riferimenti, la sedia acquista il suo senso di assoluta necessità ed evidenza, il suo più vero e profondo contatto con le realtà, quella che Van Gogh avrebbe definito la sua “verità”.

Nel cortocircuito che si crea tra la solidità della sedia e l’incoerenza dello spazio, si cela il fascino profondo che questo quadro esercita su di noi. Stiamo ragionando su quello che è il tratto essenziale della modernità di Van Gogh, in particolare delle opere della maturità, dove lo spazio segue una regola che non è più quella lineare e composta della prospettiva ma quella umorale e contraddittoria della psicologia: le forme si piegano e si flettono, tutto si muove, lo spazio vibra.

La sedia di Gauguin dipinta nel 1888 e la versione di David Hockney del 1988

A questo punto entra in gioco David Hockney. Nella la sua versione della sedia Hockney, figlio di una generazione che ha conosciuto la deformazione del cubismo, stravolge le convenzioni del naturalismo ancora presente in Van Gogh, in una prospettiva divergente, dove le diagonali, invece di puntare verso il medesimo punto di fuga, mirano verso due diverse – impossibili – direzioni. In questo modo la sedia, da oggetto concreto e vero, diventa allucinazione, fantasmagoria e divertissement.

Nella sedia dipinta da Hockney la densità simbolica ed esistenziale di Van Gogh si trasforma in un colpo d’occhio visivo. Il dissidio spaziale che nel quadro di Van Gogh abbiamo dovuto leggere attentamente nella deformazione prospettica, nella composizione e nell’attento uso dei colori, nel quadro di Hockney acquista il massimo protagonismo: la sedia È lo spazio

Dopo uno po’ che guardiamo il quadro ci accorgiamo però che a differenza degli originali, non c’è nessuna moralità e nessuna tensione emotiva nella versione di Hockney, ma solo manierismo, deformazione e caricatura. Ci accorgiamo, in altre parole, che si tratta di una versione “pop” dell’originale espressionista. Una colta boutade in cui spontaneità e immediatezza si uniscono a una punta di paradosso.

“I painted my version with reverse perspective. You see this side and then that side, so you are moving. I’ve always loved chairs. They have arms and legs, like people.”