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Umberto Boccioni tra Futurismo e malinconia

Umberto Boccioni (1882 -1916) ebbe una carriera breve ma estremamente articolata. A soli 17 anni si trasferì a Roma per studiare alla Scuola Libera del Nudo, indirizzo dell’Accademia di Belle Arti focalizzato sul disegno dal vivo. In poco tempo conobbe Giacomo Balla e Gino Severini, pittori anche loro e futuri compagni futuristi. Ma in piena Belle Epoque a Roma di Futurismo non si ha ancora il minimo sentore e la novità dell’epoca sono i Divisionisti italiani come Giuseppe Pellizza da Volpedo, Giovanni Segantini e Gaetano Previati, i quali coniugavano la pennellata breve e luminosa e l’accostamento scientifico dei colori sulla tela, derivazione dal Pointillisme francese, a contenuti morali propri di un sentimento ottocentesco fatto di lirismi spirituali e grandi moti dell’anima trasposti sul piano politico. 

Questo non fu un periodo facile, Boccioni si spostò spesso fra Roma, Venezia, Milano, con brevi viaggi all’estero come Parigi, Vienna, e in Russia. I suoi quadri venivano spesso rifiutati e viveva di piccole commissioni, ritratti, come La signora Massimino (per il quale non ricevette un compenso ma solo il rimborso delle spese) della stima di alcuni colleghi e con poche speranze per il futuro.

La signora Massimino, 1908

Soprattutto disegnava, incessantemente quasi. Fra i suoi soggetti preferiti vi erano la madre e la sorella Amelia, raffigurate in una imprecisata quantità di variazioni che le vedono quasi sempre sedute nei pressi di una finestra, con la luce che incide e colora la loro pelle con sfumature lontane da idealismi e simbolismi. Negli schizzi l’attenzione per la luce è resa evidente dalle notazioni, come “collo caldo n. troppo davanti dietro freddo” o dal marcare i punti dove essa incide maggiormente.

Studio per Amelia al balcone, 1909

Ma fu soprattutto la madre, Cecilia, ad essere ritratta, scolpita, abbozzata e incisa da Boccioni. Mettiamo a confronto due quadri che furono realizzati a circa tre anni di distanza l’uno dall’altro per capire cosa e come cambiò la sua pittura.

In questo primo esempio del 1909, Nudo di spalle – Controluce, il corpo umano conserva la solidità del braccio e della schiena eppure, allo stesso tempo, si fonde nell’armonia cromatica con lo sfondo. L’influenza francese è evidente, sia per la somiglianza dei toni con i nudi di Renoir che per l’utilizzo in senso costruttivo della pennellata, appresa da Cézanne, pittori che aveva potuto ammirare durante il primo viaggio a Parigi nel 1902.

Nudo di spalle – Controluce, 1909

Da allora Boccioni sperimentava e sui suoi taccuini registrava la frustrazione, la ricerca ossessiva riassunta nel “cerco, cerco, cerco ma non trovo” (appunto del 1907), contrapposto alla massima di Picasso “io non cerco, trovo!”, oppure quando scriveva “L’incertezza più grande mi domina: se vedo un soggetto come m’è accaduto per il Giardino chiuso non so come eseguirlo […] È il terrore della materia che mi soffoca.”

Materia che invece esplode e dà il titolo al secondo quadro in esame, del 1913, dove la linea-colore ha acquistato una forza maggiore. Le case e il corpo della madre sono della stessa sostanza della luce che si irradia dall’esterno, di nuovo il soggetto è in controluce così da far risaltare la volumetria. La pesante compenetrazione fra primo piano e sfondo, ammettendo che queste definizioni siano ancora valide, la si ritrova simbolicamente espressa nell’intreccio delle mani, le quali sono anche troppo grandi rispetto al corpo.

Materia, dettaglio

Nel futurismo Boccioni aveva trovato il modo di fondere ciò che prima gli sembrava separato, annulla le distanze liberandosi dell’apparente necessità di ordinare piani e volumi in modo prospettico. La madre-mater si fa Materia ed è ieratica come un totem, contrapposta al veloce movimento del cavallo rosso che dal fondo della strada balza in avanti e in alto, ben visibile anche attraverso il balcone in ferro battuto. Boccioni dava visibilità al mondo percepito dai nostri sensi, il quale non è ricondotto a una regola aurea e aerea quanto piuttosto fisica e concreta, fatta di vuoti e pieni, luci e ombre, moti ed energia.

Boccioni rappresenta l’ala malinconica del futurismo, complementare al positivismo di Giacomo Balla, quella che davanti alla caduta degli ideali del secolo precedente si ritrovò orfano e cercava nuove certezze nella materia, che è madre e memoria, nonchè origine e fine, della vita. Che osserva e percepisce la realtà circostante, ne conosce le leggi, ne studia i mutamenti e le costanti, eppure non trova un senso ultimo a cui ricondurre la varietà di forme che gli si presentano davanti. Forse non trovò una risposta al suo cercare ma incarnò la crisi che diede lo slancio all’avventura dell’arte moderna.

Materia, 1913

Silvia – Il Club dell’ornitorinco