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William Kentridge: Triumphs and Laments un anno dopo

Triumphs and Laments: a project for Rome è il titolo della monumentale opera realizzata dall’artista sudafricano William Kentridge (1955) nella primavera del 2016 sui muraglioni del Tevere a Roma. L’opera consiste in un fregio lungo cinquecento metri che da ponte Sisto arriva a ponte Mazzini, ottenuto attraverso la pulizia selettiva della patina biologica delle mura che contengono il fiume Tevere. A più di un anno di distanza della sua realizzazione, ora che i riflettori si sono spenti e che qualche writer ha già lasciato la sua firma sull’opera finita (leggi articolo di Artribune) non rimane che vedere l’esito di questo monumentale lavoro site specific, l’omaggio di Kentridge alla storia di Roma.

Un monumento contemporaneo per Roma.

Triumphs and Laments è una grande processione di figure e personaggi appartenenti alla storia passata e presente di Roma. Passeggiando sul lungotevere si riconoscono uno per uno tutti i principali avvenimenti della lunga storia della città: dalla fondazione mitica simboleggiata dalla Lupa Capitolina alla breccia di Porta Pia, dalla crocifissione di S. Pietro al rogo di Giordano Bruno, dalla fuga di Clemente XVII alla morte di Pasolini all’idroscalo di Ostia.

A far da padrone sono però i grandi simboli e monumenti della città: Marco Aurelio in Campidoglio, Giordano Bruno in Campo dei Fiori, la Lupa Capitolina, l’angelo che ripone la spada di Castel Sant’Angelo che raccontano il carattere più imponente e monumentale di Roma.

Una delle caratteristiche più interessanti di Triumphs and Laments è la scelta di rappresentare gli eventi che hanno reso grande Roma accanto a quelli che l’hanno vista protagonista delle più atroci barbarie. Così accanto agli episodi della “Storia grande” prendono posto le vicende della “storia piccola”: si va dai Trionfi dell’Impero alle persecuzioni nei confronti degli Ebrei, dall’uccisione di Remo alle morti di Aldo Moro e Pier Polo Pasolini, dalla breccia di Porta Pia al bombardamento del quartiere di San Lorenzo, dalla crocefissione di Pietro al rogo di Giordano Bruno.

Tali accostamenti rendono evidente che quella narrata da Kentridge è una grande messa in scena: una grande narrazione metastorica e antilineare che ripercorre le tappe della storia in modo convulso, frutto di una elaborazione dell’artista William Kentridge a confronto con la propria memoria di individuo. Una memoria associativa, fatta di scambi e analogie tra passato e presente e che intreccia corsi e ricorsi della storia: a dispetto delle apparenze per Kentridge la storia non è lineare ma circolare o a spirale. Gli eventi del passato ritornano e la storia non può mai dirsi conclusa.

Fonti e riferimenti di Triumph and Laments.

Per realizzare il suo racconto l’artista ha preso liberamente spunto dai principali monumenti della città, da immagini tratte dalla cronaca recente e da celebri immagini e riproduzioni di opere del passato. Volendo provare a fare un breve elenco troviamo la Colonna Traiana, la Dolce Vita di Fellini, la Lupa Capitolina, le incisioni del Papa Asino di Lucas Cranach (vedi), l’Apollo e Dafne e l’Estasi di santa Teresa del Bernini. Le citazioni sono sicuramente molte ma forse la cosa più interessante è scovare quali sono i modelli inconsci di Kentridge, gli artisti presi a riferimento della sua pratica artistica, quelli che maggiormente lo attestano a interprete del nostro tempo.

Certo non può non venire in mente Guernica di Picasso, l’unica autentica opera di carattere storico e politico della prima metà del novecento, modello di tutta l’arte impegnata a seguire – pensiamo, solo per restare a Roma, a Renato Guttuso e a Franco Angeli. Uno spazio allora lo trova sicuramente anche il Goya dei massacri.

Ultimo, ma non meno importante, è il disegno automatico e collage surrealista, veri e propri punti fermi dell’opera di Kentridge, costantemente in bilico tra «la vicenda intima di ognuno di noi e gli stimoli che provengono dall’esterno». C’è collage surrealista nell’immagine della Lupa capitolina dove Romolo e Remo sono sostituiti da due vasi, uno bianco e uno nero e nella scena dell’abbraccio di Marcello Mastroianni e Anita Eckberg dove la fontana di Trevi diventa una vasca da bagno. C’è ancora nell’immagine del Papa-asino che regge in mano una moca per caffè e di nuovo nell’immagine della Renault 4 dove fu rinvenuto il cadavere di Aldo Moro. Infine, c’è collage surrealista nella sequenza di immagini stesse, anacronisticamente accostate l’una all’altra secondo un puntuale ordine a-logico e associativo.

In bilico tra memoria collettiva e memoria individuale.

L’intreccio a-logico e surrealista che Triumphs and Laments mette in campo tra Storia grande e storia piccola, tra documento storico e ricordo o affezione personale, si legge sia nella scelta della sequenza di immagini sia nella particolare grafia di ciascun disegno. Così ne parla William Kentridge:

«I miei disegni nascono così: parto da ritagli di carta, da fogli separati e poi lavorati in modo tale da far nascere figure. Per me, disegnare è come pensare ad alta voce. Come una conversazione tra la vicenda intima di ognuno di noi e gli stimoli che provengono dall’esterno […] I frammenti dei miei disegni si incontrano a metà strada tra la verità e l’immaginazione. Ci vuole un’enorme fiducia nel gesto del disegnare per convincersi che dall’incrocio tra quelle poche linee imprecise possa davvero venir fuori una sagoma. Le immagini composte in questo modo vengono sovrapposte, mescolate fino a suggerire la forma che stavo cercando».

Il lavoro dell’artista procede per fasi: disegno e cancellatura, frammento e dispersione, giustapposizione e accostamento. Il disegno di Kentridge ripercorre tutte le fasi di elaborazione del pensiero: ne ascolta le incertezze, ne segue i ripensamenti, ne asseconda i pentimenti fino a trovare una forma compiuta. Al termine del processo le figure di Kentridge tengono insieme i frammenti della Storia e la loro tormentata esistenza nel tempo. Le figure riaffiorano nella contemporaneità con le carni lacere, con forme sregolate e con sintassi sconvolte.

Triumphs and Laments… Un anno dopo.

Vista come prodotto di una memoria personale, Triumphs and Laments non poteva che essere un’opera effimera. Il suo destino è quello di scomparire coperta dall’inquinamento e dai processi biologici della patina che ricopre i muraglioni del Tevere. Una memoria labile che entra in affascinante cortocircuito con il suo aspetto monumentale. Sarà allora interessante osservare come muta l’aspetto del fregio con il passare del tempo e il progressivo scurirsi dello sfondo.

Siamo stati a Roma per vedere a che punto è il processo di deperimento dell’opera, come sta andando il suo “ritorno alla natura” e la sorpresa non è mancata. Dopo poco più di un anno di vita, questo processo si può già vedere. La sorpresa è che con l’annerirsi dei contorni e lo sfumare delle figure nell’ombra, il carattere monumentale che ieri sembrava il più evidente, sta lasciando il posto a un tono elegiaco e malinconico.