info@ilclubdellornitorinco.it

Piero Manzoni alla Casa-Museo Boschi Di Stefano

Se si vuole provare a capire a fondo l’Achrome di Piero Manzoni c’è un museo a Milano che bisogna assolutamente vedere. A differenza di quanto si può immaginare, non si tratta del Museo del Novecento, bensì di un raffinato appartamento privato, poco distante dalla fermata metro Lima.

Il museo in questione è la Casa-Museo Boschi di Stefano che si trova non molto distante da Porta Venezia e se si vogliono fare due passi, nemmeno troppo distante dalla Galleria d’arte Moderna e dal Pac – Padiglione Arte Contemporanea. Come suggerisce il nome del museo, si tratta di quella che è stata dagli anni trenta del novecento la casa privata dei collezionisti Antonio Boschi (1896-1988) e Marieda Di Stefano (1901-1968), la cui storia e avventura di collezionisti merita di essere approfondita. Non c’è da stupirsi, dunque, se il museo ha sede in un appartamento, il luogo nulla toglie al prestigio del Museo… se non il fiato una volta entrati.

Vista della sala con le opere di Mario Sironi.

Varcata la soglia, si resta colpiti da tutto. L’arredamento e il mobilio sono quelli originali dei coniugi Boschi-Di Stefano, pezzi unici e rari. Alle pareti, esposta su più livelli, come in un’antica quadreria, si dispiega la collezione di trecento (delle oltre duemila) opere raccolte dai collezionisti. Si passa dal Futurismo, con opere di Boccioni e Severini, al Novecento italiano, con opere di Carrà e Casorati, a una sala (eccezionale) interamente dedicata a Mario Sironi. Poi si passa a De Chirico, Morandi, De Pisis, in un percorso che, passando per postcubisti, spazialisti e nucleari, ci prepara alle neoavanguardie che arrivano con le due sale dedicate, in ordine, a Lucio Fontana e Piero Manzoni.

Prima di andare al punto, spiegando perché questo museo è fondamentale per approcciare l’Achrome, un’altra nota di merito. L’esposizione delle opere, pur mantenendo fedeltà alle volontà testamentarie di Antonio Boschi, è il frutto di un riallestimento cronologico curato dal Comune di Milano. Ciò consente di vedere capolavori che in un museo qualunque vedremmo slegati dal contesto in cui furono creati (il classico White Cube), in stretta relazione gli uni con gli altri e in perfetta armonia con il loro contesto storico di origine. Una piccola scultura di Arturo Martini accanto a un tavolo disegnato da Mario Sironi, per esempio. Sembra di tornare indietro nel tempo e di immaginare i collezionisti muoversi per le sale delle Gallerie a caccia dei quadri da inserire nella propria collezione.

L’ultima sala del percorso espositivo dedicata all’arte informale e a Piero Manzoni, i cui due Achromes si possono vedere sulla parete di destra.

Entriamo ora nella sala dedicata a Piero Manzoni, quella che conclude il percorso espositivo. Si tratta di due Achrome, realizzati entrambi agli inizi del 1958. Antonio Boschi li acquista alla prima personale di un ancora quasi sconosciuto Piero Manzoni alla Galleria Pater di Milano nell’aprile di quello stesso anno. La mostra da Pater era la prima mostra in cui Manzoni esponeva da solo e la prima mostra di una certa rilevanza dedicata al nuovo progetto dell’Achrome. L’artista decide di esporre tre lavori e di non accompagnarli con alcun testo critico: nel pieghevole della mostra solo la riproduzione delle opere e il nome dell’artista. Basta.

Al silenzio della mostra non restò indifferente Antonio Boschi che comprò due delle tre opere esposte. L’aspetto è quello classico dell’Achrome, tela rivestita di gesso, con una particolarità: su uno è inciso un rettangolo che si inscrive perfettamente nel quadro, e sull’altro, alla stessa maniera, è inciso un segno orizzontale che divide in due porzioni il quadro. La cosa potrebbe lasciare indifferenti se non fosse per il fatto che il titolo delle opere non è soltanto Achrome, bensì, rispettivamente: Rettangolo e Rettangolo interrotto.

Sembra una descrizione letterale di ciò che si vede nell’Achrome, se non fosse per quel rettangolo, posto lì al centro perfetto del quadro, che insinua furtivamente l’idea di un “quadro nel quadro”: l’intuizione cioè che l’Achrome non sia soltanto, secondo la definizione di Manzoni “una superficie bianca che è una superficie bianca e basta” ma che sia  una riflessione sullo statuto dell’arte. A convincerci in maniera decisiva, il quadro pendant Rettangolo interrotto: se la bisettrice che divide orizzontalmente il quadro divide un rettangolo, e questo rettangolo è il quadro stesso, allora il rettangolo al centro dell’opera Rettangolo è un quadro. Dunque, un quadro nel quadro. Eureka!

Schema grafico degli Achrome Rettangolo e Rettangolo Interrotto, entrambi del 1958.

Che cosa significa tutto questo? Ritorniamo per un attimo al 1958 alla Galleria Pater. Fino a pochi mesi prima di creare i primi achromes, Manzoni era stato un pittore, per così dire, tradizionale. Non dipingeva paesaggi, ma realizzava quadri espressivi alla maniera informale influenzato da Enrico Baj e seguito da artisti come Roberto Crippa e Gianni Dova che si possono vedere in collezione, nella stessa sala, solo voltandosi. E’ innegabile che con l’Achrome Manzoni decida improvvisamente di rigettare e di rifiutare quel modo di dipingere e di fare arte. Il suo tormento, l’idea di realizzare un quadro che sia la materializzazione di uno spazio di libertà e non l’evocazione di qualcosa, alla maniera della pittura tradizionale, si risolve con la superficie bianca e inespressiva dell’Achrome:

“La problematica artistica che si avvale della composizione, della forma perde qui ogni valore: nello spazio totale, forma, colore, dimensioni non hanno senso; l’artista ha conquistato la sua integrale libertà: la materia diventa pura energia; gli ostacoli dello spazio la schiavitù del vizio soggettivo sono rotti: tutta la problematica artistica è superata.”

Si tratta, insomma, di due formidabili incunaboli dell’Achrome, la prova evidente che Manzoni non realizza l’Achrome da zero, ma lo medita a lungo per poi realizzarlo con una precisa coscienza teorica.

Tornando sui nostri passi e uscendo dalla sala, ci interroghiamo ancora sul senso dell’Achrome, cioè sul perché a un certo punto della storia dell’arte, l’artista ha sentito questa necessità di ridiscutere il “formato-quadro” per come era tradizionalmente inteso – una superficie con dei colori sopra che significa qualcosa. Ecco allora che qualcosa che prima non avevamo notato ci apre gli occhi: Lucio Fontana.

Davanti a noi un Concetto spaziale in cui sono tracciati quattro tagli, paralleli a due a due. Un altro rettangolo, un altro quadro nel quadro! Fontana ci fornisce la risposta alla nostra domanda: come Leon Battista Alberti nel Quattrocento, si tratta di trovare una definizione al quadro: non più una finestra “donde io miri quello che quivi sarà dipinto”, bensì una superficie che mostri lo spazio tangibile e concreto del reale.

Con le nostre conclusioni ci dirigiamo finalmente verso l’uscita del museo.

Vai al corso su Piero Manzoni.

Vista della sala dedicata a Lucio Fontana. Sulla parete di sinistra in basso il Concetto spaziale di cui si parla a conclusione dell’articolo.