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Morandi, un artista contemporaneo?

Giorgio Morandi (1890-1964) è stato uno dei più importanti artisti italiani del XX secolo. Senza quasi mai muoversi dalla sua città natale, lontano dal clamore del Futurismo e delle avanguardie storiche di inizio novecento, l’artista bolognese ha perseguito il proprio ideale di un’arte silenziosa e assertiva capace di celebrare l’umanità del quotidiano.

Oggi le sue nature morte sono celebri in tutto il mondo (poco tempo fa si è tenuta una mostra del maestro bolognese a Tokyo e una a Stoccolma) e la figura dell’artista è riconosciuta come una tra le più importanti del secolo scorso. La domanda che sovente sorge a proposito dell’opera di Morandi, è come sia possibile che un artista che ha dipinto per tutta la vita gli stessi oggetti, le stesse nature morte, sia annoverato tra i più grandi maestri del novecento accanto a personalità del calibro di George Braque e Piet Mondrian.

A questa difficile domanda ha dato una lodevole risposta Umberto Eco nel testo che vi proponiamo di seguito. Partendo dal primo, fondamentale incontro con l’opera di Morandi, il filosofo spiega perché l’artista bolognese è da considerarsi un artista contemporaneo tra i più grandi.

Umberto Eco, Il mio primo Morandi.

«Nel 1948 facevo il primo anno di liceo, nella mia città natale, Alessandria, che aveva un’eccellente pinacoteca dedicata a opere del passato, ma nessuna galleria di arte contemporanea. Né la scuola ci educava all’arte del nostro secolo, e non parlo solo delle arti figurative, perché ricordo di essere stato rimproverato con bonaria ironia da un professore (peraltro bravissimo a parlarci di letteratura classica), quando mi ha scoperto a leggere sotto il banco Montale. Rimproverato, dico, non perché leggessi sottobanco, perché il professore era amabile e tollerante, ma perché consumavo la mia giovane mente su un autore troppo “moderno”.
Un giorno la Pinacoteca civica ha organizzato una mostra di pittura contemporanea, che è rimasta aperta due settimane. Si trattava di un cauto approccio alla modernità, perché non vi apparivano certo pittori astratti, ma opere di maestri del figurativo dalla fama già assestata, come Rosai, Mafai, Tomea, il Carrà non metafisico. E tra quei quadri, che non erano moltissimi, c’era un Morandi.

Fu per me una rivelazione, una epifania. Per quindici giorni finché la mostra non chiuse i battenti, io fui là ogni pomeriggio a riguardarmi il Morandi. Tutta la curiosità, l’affetto e l’amore che ho sviluppato in seguito per l’arte contemporanea – e sino a manifestazioni che oggi giudicheremmo lontanissime dall’arte di Morandi – è nato da quei pomeriggi di silenzioso incanto. […] Subito dopo, messomi all’affannosa ricerca di tutto quello che potevo trovare sull’arte del nostro secolo, avevo appreso che l’arte contemporanea si caratterizza per il senso della rottura, della novità, dello stravolgimento delle forme, tanto che i grandi artisti del novecento si analizzavano per periodi e la loro ricerca consisteva nel rinnegare ciò che avevano fatto sino a un certo punto per avventurarsi alla ricerca di un linguaggio diverso.

Giorgio Morandi, Natura morta, 1949

E allora, mi chiedo, come può avermi iniziato all’arte contemporanea un pittore come Morandi che sembra aver seguito per tutta la vita un solo linguaggio e – peggio – aver solo guardato un solo soggetto?

Dove sta la modernità, la contemporaneità di Morandi? Di quell’esperienza lontana conservo un ricordo, forse il più intenso: ciò che mi colpiva e attraeva in quelle visite quotidiane era che ogni giorno quel quadro mi appariva diverso. Bastava una variazione di luce, la variazione dell’angolo visuale, e qualcosa cambiava. […] la rivelazione consisteva nel fatto che la novità, la variabilità si inseriva nel contesto di una realtà quasi monocolore, in un digradare quasi infinitesimale di sfumature, che si esercitavano su un soggetto ridotto ai minimi termini, in una scena in cui non esisteva apparentemente racconto, in quel tempo immobile che ci ha indotto a designare come nature “morte” tante opere dove l’assenza della natura organica è riscattata proprio dalla vita e dal movimento che fa lievitare oggetti altrimenti immobili.

Qual è il meccanismo elementare dell’innovazione e dello sviluppo? La variazione. La variazione musicale lavora sull’infinitesimale, fa procedere il discorso melodico, ritmico, o armonico fingendo di ripetere, di segnare il passo. Non sto pensando soltanto a un esempio massimo di variazione, quale ce lo può fornire Bach, che a ogni passo cambia, inventa, innova più di quanto non sia riuscito a fare l’ebuliente Chaikovskij in tutta la sua vita; sto pensando a un musicista minore, e a me carissimo, Jakob van Eyck, che nel XVII secolo, da una serie abbastanza ridotta di melodie popolari, ha tratto i tre volumi del suo De Fluyten Lust-Hof, dove a ogni variazione, partendo da una base melodica sovente banale, il flauto realizza uno dei massimi trionfi dell’invenzione barocca.

Giorgio Morandi, Natura morta, 1949

Ora, l’arte contemporanea non innova soltanto quando Picasso passa dagli arlecchini alle Desmoiselles d’Avignon, e da queste alle tauromachie più tarde, ma anche quando Malevic o Mondrian spostano di pochi centimetri la posizione di un quadrato o di una linea. Ecco Morandi – senza lanciare alcun proclama – in ogni quadro ha messo in questione sé stesso e a propria arte, in una misura che direi “frattale” – così come le infinite sinuosità di pochi centimetri di costa, quali le vede e percorre la formica, sfuggono all’occhio dell’uomo che percorre lo stesso spazio di un sol passo.

Credo che comprenderemo interamente la capacità innovativa di Morandi, che ogni volta dipingeva qualcosa di diverso, solo quando strumenti elettronici più affinati ci avranno permesso di capire quante cose inedite il suo pennello, da quadro a quadro, inventava nello spazio di un millimetro. Noi non riusciamo a spiegarlo, ma lo sentiamo, quando avvertiamo che la stessa bottiglia, vicino alla stessa scatola, in due quadri diversi, ci racconta una storia che il quadro precedente ignorava.

Come si possono raccontare storie così diverse non raffigurando una natività, o un mare in tempesta, un tramonto sul lago o la nascita della primavera, ma un armamentario da rigattiere di infima categoria? Bisogna amare molto il mondo, e le cose che ci sono nel mondo, anche le più umili, e la luce e l’ombra che le rallegra o incupisce, e la stessa polvere che le soffoca. Morandi ha raggiunto la vetta della sua spiritualità essendo poeta della materia. […] Ed è proprio quando la materia parla di se stessa che sa riservarci una sorpresa continua, per la scoperta che l’infinito può celarsi anche in una goccia d’acqua, in un grumo di pece. […] Morandi, sotto l’apparente ripetitività di un discorso sempre uguale, ha affrontato per tutta la vita, il problema della redenzione della materia».

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Estratto dal discorso tenuto da Umberto Eco in occasione dell’apertura del Museo Morandi, il 4 ottobre 1993.