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Marino Marini a confronto con Henry Moore

Marino Marini è stato uno scultore italiano che ha attraversato il Novecento e che si è distinto per aver ridato forza alla figurazione in un secolo che ha dato ampio spazio all’astrazione. Nato a Pistoia, completò i suoi studi a Firenze per poi iniziare a frequentare l’ambiente artistico lombardo intorno agli anni Trenta, specialmente fra Milano e Monza, città nella quale insegnò scultura fino al 1940. La vincita del premio per la scultura in occasione della II Quadriennale di Roma segnò il suo ingresso nel mondo artistico ufficiale. Se nel contesto nazionale le sue opere si collocano nel segno di una scultura improntata alla figurazione, campo essenzialmente dominato dal più anziano collega Arturo Martini, spostando lo sguardo oltre confine le sue opere hanno un aspetto nettamente anacronistico. 

Per comprendere meglio come sia possibile che coesistano nello stesso tempo espressioni artistiche apparentemente contrastanti chiediamo consiglio a uno dei maestri della critica d’arte: Jean Clair, che apre il suo saggio “Il nudo e la norma. Klimt e Picasso nel 1907” con queste parole:

L’intelligenza prova una certa difficoltà a cogliere la contemporaneità di fenomeni che sembrano aver avuto luogo su pianeti diversi, non appartenere alla stessa storia. Eppure, se si osasse l’avventura… Cosa può significare la nascita, nello stesso anno, di queste due opere, oggi considerate, in virtù del distacco del tempo, di pari importanza e ugualmente ammirate? Cosa ha prodotto il mutare, in quel preciso momento, di quel che si suole definire il corso della storia?》

Clair si riferiva a due opere capitali, il Ritratto di Adele Bloch-Bauer di Gustav Klimt e Les Demoiselles d’Avignon di Pablo Picasso le quali, nelle loro palesi discordanze, segnarono le strade in cui si diramerà quella che lui stesso, in ricordo di Guillame Apollinaire, chiamò l’avventura dell’arte moderna.

Prendiamo atto della lezione dell’eccellente critico francese e tentiamo di applicarla partendo da alcune date: Marino Marini (1901-1980) – Henry Moore (1898-1986) 

Due scultori, uno italiano e uno inglese, quasi coetanei e che intrapresero le loro carriere fra gli anni Venti e Trenta. Successivamente si conobbero e stimarono, trascorrendo insieme anche dei periodi in Toscana, ognuno con una propria idea del fare scultura ed entrambi concordanti nel considerare il disegno parte integrante della plastica e nel porre lo studio delle forme al di sopra di criteri estetici tradizionali. In questa geografia storica fatta di incontri e dissonanze, dove si colloca Marini, che negli anni Cinquanta conobbe il successo a New York con i suoi Cavalieri, ma quando presentò il primo alla Biennale di Venezia del 1936 venne apertamente osteggiato? Negli anni ‘30 già realizzava le prime Pomona come questa, oggi conservata alla Pinacoteca di Brera.

Marini, Pomona sdraiata, 1935

Un nudo di donna sdraiato a cui amputò le braccia così da accentuare la sensazione che si tratti di un frammento trovato, dalla superficie scabra come provenisse da uno scavo archeologico, quasi un reperto riportato alla luce. Pomona è il nome che attribuiva ai suoi nudi femminili, come la dea etrusca del raccolto e delle primizie: una dea madre legata al culto della terra che parla di un rapporto ancestrale con il proprio passato, mai del tutto scomparso. Marini si pose criticamente rispetto alla storia dell’arte dalla quale ricavò dei modelli formali precisi, dall’arte egizia, etrusca, romanica, gotica, attica.. Modelli, appunto, dei riferimenti da cui trarre preziosi insegnamenti sugli equilibri, le proporzioni, i contrappesi.. allo stesso tempo però rifiutava il canone, il più celebre dei quali è senz’altro quello classico-rinascimentale, che vincolava la forma a delle esigenze sia ideali che estetiche.

Intanto Henry Moore nel 1937 dichiarò in un articolo che per lui la coeva querelle fra astrazione e surrealismo non aveva alcuna ragion d’essere in quanto nell’arte convivono “elementi astratti e surrealisti, così come elementi classici e romantici, ordine e sorpresa, intelletto e immaginazione, conscio e inconscio.”* Il richiamo al sopracitato assunto di Apollinaire secondo il quale la modernità nasce dalla tensione fra ordine e avventura si ripresenta sotto altre vesti. Per l’artista inglese la dialettica sta nel trovare l’equilibrio fra osservazione della natura (ciottoli, ossa, conchiglie sono le sue favorite) e resa plastica della stessa, evidenziando la tridimensionalità grazie al suo opposto: il foro, ovvero, il vuoto.

Moore, Recumbent Figure, 1938

Dunque mentre l’artista toscano cercava una forma per le sue Pomone, i suoi Cavalieri, i suoi Acrobati cercandola nel passato, risalendo alla radice culturale della rappresentazione plastica della forma umana, l’inglese osservava e carpiva dettagli dalle forme organiche. È tra questi due poli, la Storia e la Natura, che allora possiamo trovare un posto per questi due scultori all’interno della grande avventura dell’arte moderna.

*The sculptor speaks, in “The Listener”, vol.XVIII, n. 449, 18 agosto 1937

Silvia – Il Club dell’Ornitorinco

 

Scrivici per visitare con noi la mostra “Marino Marini. Passioni visive” attualmente in corso alla Collezione Guggenheim di Venezia.
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