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La Fontana di Mercurio di Alexander Calder

Alexander Calder realizzò la Font de Mercuri nel 1937 per il Padiglione della Spagna Repubblicana in occasione dell’Esposizione Universale di Parigi, presentata insieme a El segador di Joan Mirò, un murale a oggi non conservato, e a Guernica di Pablo Picasso. In quanto cittadino statunitense la presenza di Calder nel padiglione della Spagna fu un’eccezione ma la sua opera fu espressamente commissionata, si dice anche grazie all’intermediazione del pittore catalano. La loro amicizia fu il motivo per cui oggi si trova esposta nella Fundacio Mirò a Barcellona.

La sua è una forma semplice, eppure a mano a mano che la si osserva sono tante le domande che iniziano a sorgere. Partiamo dall’alto dove campeggia una parola: ALMADEN, che deriva dall’arabo ispanico alma‘dán o alma‘dín, a sua volta attinto dall’arabo classico ma’din, e che significa miniera. Oggi Almaden è una piccola città della Spagna nella provincia di Castiglia – La Mancia dove si trova un antico e ricchissimo filone di cinabro, noto fin dall’epoca romana e che oggi è Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Dal cinabro, minerale di origine vulcanica, si estrae sia il mercurio che un pigmento frequentemente usato in passato in pittura per ottenere il rosso vermiglio, colore con il quale si presenta anche allo stato minerale. Proprio sotto questa parola oscilla un disco di metallo dipinto di rosso, che ritroviamo frequentemente nei Mobiles di Calder, a ricordare visivamente la doppia natura cromatica che si cela sotto Almaden.

Fontana di Mercurio, dettaglio Ph. credit Il Club dell’Ornitorinco

Ma fuori da ogni ragionevole dubbio è il mercurio il protagonista di questa opera. Consideriamolo da un punto di vista concreto: in chimica viene usato per separare l’oro dalle impurità e per misurare le differenze di temperatura, per quanto a causa del suo elevato grado di tossicità se ne fa sempre meno uso. Da un punto di vista culturale la sua è invece una storia millenaria, a partire dalle prime menzioni nei testi alchemici cinesi che da lì migrarono nei trattati occidentali. Era identificato come uno degli elementi necessari nel primo stadio del processo volto a ottenere l’oro dei filosofi, la pietra filosofale, summa e fine dell’alchimia. Simboleggiava il principio unificatore degli opposti, in grado di celebrare le nozze alchemiche fra lo zolfo (cioè lo spirito) e il sale (la materia), dalle quali sarebbe risultato l’androgino che accoglieva in sè gli opposti finalmente riuniti. Inoltre il suo nome è legato a un pianeta e a un dio pagano di origine greca, l’alato messaggero degli dei protettore dei mercanti e dei ladri che accompagnava anche le anime dei morti nell’Ade. Tutti questi significati simbolici si incrociano e si mescolano fra loro, lì dove forma e sostanza si equiparano a tratti.

Anche il suo ruolo nel meccanismo della fontana la dice lunga su come possiamo interpretarlo. Partiamo dalla sorgente:  il mercurio sgorga regolarmente dal cannello e da lì si avvia dolcemente lungo un piano curvo leggermente inclinato che si attorciglia su sé stesso e incontra dei salti leggeri a movimentare il percorso. Va infine a infrangersi contro una lastra di ferro dalla forma che ricorda vagamente una pala. Così il mercurio cade nella vasca, attratto dal foro di scolo, e torna in circolo. Cadendo attiva il moto dell’asse sul quale si reggono la forma rossa circolare e la scritta in fil di ferro, causando il loro incessante oscillare.

Font de Mercuri, dettaglio
Ph. credit Il Club dell’Ornitorinco

In molte opere di Calder ritroviamo l’interesse per i moti circolari ascendenti e discendenti, spiralici dunque, e oscillatori e per il modo in cui queste forme-forze riescono a stare in equilibrio fra loro, pur senza fermarsi. Movimento ed equilibrio sono le caratteristiche iconiche delle sculture di Calder le quali anche quando poggiano stabilmente a terra presentano spesso un sistema di contrappesi e di corrispondenze che attenuano la sensazione di staticità. Non per altro Marcel Duchamp le definì felicemente pura joie de vivre.

Lo stesso Calder non fornì letture supplementari alla sua opera e non si proponeva di esaurire le potenzialità di significato delle immagini metamorfiche da lui create entro uno schema di pensiero univoco. L’opera d’arte moderna, come ci ha insegnato Umberto Eco, si caratterizza per l’apertura tanto nella forma, o struttura in questo caso, quanto nell’interpretazione. Dunque un disco rosso piatto in ferro può essere il sole, in un filo di ferro attorcigliato si legge una parola, il mercurio è un metallo sia liquido che solido, volatile e pesantissimo, nello stesso momento.

Fontana di Mercurio, dettaglio
Ph. credit Il Club dell’Ornitorinco

Per affinità formali e contenutistiche Calder è vicino ad altri artisti come Joan Mirò e Hans Jean Arp, con i quali fu in contatto anche nel corso della sua vita. Tutti e tre hanno lavorato a delle serie, scultoree, pittoriche, ibride, collage, che chiamarono “Costellazioni” e che possono essere definite delle disposizione secondo un certo ordine di forme astratte fra loro correlate. Cosa è dopotutto una costellazione se non l’estremo tentativo dell’uomo di estrarre un ordine dall’immensità del caos? E cosa è questa fontana di mercurio se non un complesso sistema di forme e significati fra loro intrecciati da un movimento fluido, circolare ed eterno, come una storia che si snoda e sviluppa e dirama per poi tornare al punto di partenza.. e tutto ricomincia di nuovo, sempre lo stesso e mai uguale.

Silvia – Il Club dell’Ornitorinco

Fontana di Mercurio (modello), 1937-1943, Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia