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Dada: una breve storia geografica

Dada sorse ufficialmente nel 1916, durante la prima guerra mondiale a Zurigo al Cabaret Voltaire, uno di quei luoghi magici che durano giusto il tempo di un giro di giostra mentre l’Europa sta bruciando. In Svizzera si erano rifugiati Marcel Janco e Tristan Tzara, ventenni in fuga dalla Romania, che al Cabaret conobbero il suo proprietario Hugo Ball, scrittore, e sua moglie Emmy Hennings, ballerina e poetessa, entrambi tedeschi in fuga. Si unirono a loro anche altri giovanissimi transfughi come Hans Jean Arp, arrivato da quella Alsazia contesa fra la Francia e la Germania da secoli, Richard Huelsenbeck, scrittore tedesco, e Sophie Tauber, artista poliedrica, l’unica svizzera di origine. L’idea del Cabaret come luogo di incontro era nata quasi per caso e nessuno dei componenti avrebbe potuto prevederne la forza d’urto.

In quei giorni, mentre si leggevano in pubblico i manifesti futuristi o Ubu Roi di Alfred Jarry, si mettevano in scena spettacoli teatrali e coreografie, si esibivano quadri e disegni degli artisti presenti o di Pablo Picasso e Wassily Kandinsky, si recitavano poesie fatte di parole senza senso, Lenin abitava poco più in là rispetto al Cabaret, nel quale non mise mai piede per quanto ci è dato sapere. Dada prese finalmente una forma tangibile nel 1917 quando uscì il primo numero della rivista omonima grazie alla caparbietà di Tzara, il quale iniziò a tessere una rete di relazioni con artisti anche geograficamente lontani, ad esempio Francis Picabia, ma che trovarono nelle sue pubblicazioni uno dei pochissimi spazi di libera espressione.

Dada, n. 4-5, 1919

Alla fine della guerra ognuno prese la sua strada. Ball e Hennings rimasero in Svizzera, estranei ai futuri movimenti del gruppo, mentre Parigi lentamente si ripopolava e riacquistava il suo potere seduttivo nei confronti di molti artisti. Alcuni dadaisti lentamente spostarono il loro asse sulla Francia, anche grazie alla forza attrattiva esercitata da Francis Picabia su Tristan Tzara, il quale nel 1920 vi si trasferì e si unì alla rivista “Littérature” appena fondata da Louis Aragon, Andrè Breton  e Philippe Soupault. Arp andò in Germania dove, insieme al pittore Max Ernst, diede vita al gruppo Dada di Colonia, lo stesso fece Richard Huelsenbeck a Berlino dove si unì a Hannah Höch e George Grosz. Marcel Janco, tornato a Bucarest, rimase in contatto con i suoi colleghi e si legò agli artisti costruttivisti del resto d’Europa, continuando a portare avanti il movimento nella sua città. Dada si espanse ulteriormente a Hannover grazie a Kurt Schwitters, artista solitario ma in contatto sia con Arp che con Theo Van Doesburg e Piet Mondrian, fungendo così da tramite con il neonato movimento De Stijl in Olanda. Fra Parigi e New York invece si mossero liberamente Marcel Duchamp e Man Ray, generalmente ascritti al movimento ma che ne rimasero sempre leggermente all’esterno. In questo scacchiere anarchico Arp era la regina, muovendosi liberamente fra tutti questi luoghi e coltivando relazioni con tutti. Quando la spinta di Dada sembrava esaurita ne raccolse i fondamenti, che si innestarono con Sigmund Freud in un processo alchemico, e insieme a Aragon, Breton Ernst e molti altri germinò il Surrealismo, che vide la luce ufficialmente nel 1924.

André Breton, Paul Éluard, Benjamin Péret, Tristan Tzara

Gli anni sembrano sfuggire al controllo a causa di questi spostamenti geografici continui, tanto che stabilirne i contorni precisi vorrebbe dire non aver compreso il carattere del movimento stesso. Come dare un limite a Dada, apolide ed errabonda, che attraversò le nazioni in alcune riviste circolanti a tiratura limitata e saldamente presente nelle menti di una nuova generazione di artisti europei? Fu chiamato New Dada un manipolo di artisti di New York negli anni Cinquanta, la sua forza si reincarnò nei disordini studenteschi degli anni Sessanta, anni a cui risalgono gli ultimi collage di Hannah Höch (lei morì nel 1978) dove risuona l’eco del passato nella contemporaneità, riaffiorava ancora in certe canzoni degli Ottanta, come questa. Ciò che resta sono dei punti mobili su una mappa che non si sono mai uniti a  formare un confine.

In altre parole questa è la storia di una rivoluzione fallita, le sole che realmente si salvano: poiché se una rivoluzione prevale sull’ordine costituito, a sua volta si fa sistema, mutandosi nel proprio opposto e contrario. Dada vive perché ha perso, è ovunque e in nessun luogo. Dada è un’utopia.

Inaugurazione della prima mostra Internazionale Dada. In piedi da sinistra a destra: Raoul Hausmann, Otto Burchard, Johannes Baader, Wieland and Margarete Herzfelde, George Grosz, John Heartfield. Seduti: Hannah Höch and Otto Schmalhausen. Giugno, 1920, Berlino.

 

Silvia – Il Club dell’Ornitorinco