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christian boltanski: la memoria e l’anima

DÉPART/PARTENZA

Christian Boltanski è un artista francese di vecchia data, classe 1944. Vive nella periferia di Parigi con la moglie Annette Messager, artista anch’ella. Viene solitamente definito “il più grande artista francese vivente”, un appellativo che provoca spesso scettiche alzate di sopracciglia.. Come si può chiamare arte un mucchio di abiti usati, o delle foto sbiadite?

Già le sue opere sono difficilmente catalogabili, in quanto realizza delle installazioni dove si combinano materiali, luce e suono, altre invece sono assimilabili a delle sculture per forma e dimensione. Fotografa delle foto trovate negli archivi tante volte quanto è necessario perché si sgrani l’immagine, dopo di che le stampa su tela. Realizza opere ambientali in luoghi molto difficili da raggiungere e le filma con una camera fissa ottenendo video di alcune ore che, se non fosse per leggeri movimenti causati dal vento, mostrano un’immagine immobile. Registra battiti cardiaci, suoi o dei visitatori delle sue mostre.

Non si può tuttavia esaurire il suo lavoro in queste poche parole, specie perché le opere di Boltanski “funzionano” solo se esperite dal vivo. La percezione della luce e dello spazio sono un tutt’uno con l’oggetto, tanto che l’opera esiste solo in quel determinato ambiente. Basti pensare a Coeur, una stanza buia con degli specchi neri alle pareti rischiarata a malapena da una lampadina che si accende e spegne a ritmo con il suono di un battito cardiaco. O alla installazione per il Memoriale di Ustica a Bologna, in cui questi stessi elementi si integrano alla vista dei rottami dell’aereo recuperati e ricomposti.

La luce è un elemento fondante delle sue opere e viene generalmente declinata in due modi: come un punto, un faretto, un focus che punta l’attenzione, e allora sembra di assistere al soliloquio di una attore messo in risalto dall’occhio di bue mentre il resto del palco è al buio. O come alternanza di luce/buio che scandisce il tempo, che da convenzione sociale misurabile diventa ritmo vitale. Allora capiamo che non c’è separazione fra arte e vita dell’artista e che la luce acquista una funzione simbolica a scapito di quella pratica.

Coeur

MESSA A FUOCO

Le opere più famose, più facili da trovare e da fotografare, sono certamente i Monuments. Gli oggetti vengono composti in moduli combinati in forme diverse che non differiscono mai molto da quelle dell’altare e del monumento. Si trovano scatole di latta. sempre chiuse, che fungono da basamento per una foto in primo piano e sfocata che viene illuminata, e in parte coperta, da una lampada. Oppure vanno a creare delle strutture triangolari, a mensola, a stele, a parete,.. tutte forme prese a prestito dalla statuaria funebre più o meno liberamente. L’importante per Boltanski in questo caso non è fare una copia carbone dell’esistente, ma utilizzare delle forme simboliche accessibili e condivise dalla maggioranza delle persone.

Queste scatole sono sempre accompagnate da foto di volti in primo piano, ma nonostante la vicinanza forzata con il soggetto di questo non sappiano nulla. In alcuni casi viene aggiunta un’etichetta con il nome senza aggiungere altre informazioni, e l’effetto è quello di una miriade di facce anonime che emergono a stento dal fondo. Inoltre per quanto si tratti si stringano gli occhi sono irrimediabilmente fuori fuoco e la nostra vista è continuamente messa alla prova. A un’occhiata fuggevole appaiono solo delle macchie nere su dei lenzuoli, che il titolo qualifica come i resti di un’immagine perduta e ritrovata.

Autel lycèe Chausel

Macchia è una parola colma di significato in arte. È l’antitesi della volontà dell’artista la quale si esplica nel disegno, nella capacità coloristica, nel controllo della composizione. Georges Didi-Huberman la definì technè, mentre la macchia è tyche, parola che indica allo stesso tempo il caso, la fortuna, la sorte e dunque la capacità dell’artista di mettere mano al disordine ed estrapolarne un senso.

E il senso qual è? C’è un costante riferimento al passato ma manca la storia, intesa come spiegazione logico-narrativa, per lasciare il posto alla memoria, qui come rielaborazione soggettiva di frammenti. Entrambe sono vie di salvezza dalla morte, le seconda è individuale e la prima collettiva. In questo caso ci si trova di fronte a una molteplicità di volti e tracce a tratti leggera, a tratti insostenibile.

Boltanski, che si racconta spesso e volentieri in numerose interviste, ha dichiarato che ciò che lo ha sempre interessato sono l’eros, la morte, Dio, la memoria e la bellezza del paesaggio, quei grandi punti di domanda che attraverso le epoche sono rimasti senza risposta. In quest’ottica il suo è un invito alla meditazione, Boltanski è uno dei pochissimi artisti contemporanei che parla ancora di spiritualità e lo fa ponendo domande, non dando risposte.

Les regards

APRÈS/DOPO

Il bandolo della matassa lo si rintraccia nella mostra in corso a Bologna “Anime. Di luogo in luogo”,dove ci sono due opere che ampliano il discorso e sembrano portarlo a compimento.

La prima è Volver, un autentico monumento alla modernità: un enorme scultura fatta di coperte isotermiche dorate, che potrebbe essere una montagna o un cumulo, simile a quelli di vestiti o cappotti già realizzati in passato. Essa riempie completamente lo spazio in cui si trova privandoci della visione d’insieme, è abbagliante e per molti versi incomprensibile.

Di fronte all’ambiguità della modernità l’artista è nostalgico.

Boltanski non somiglia a nessuno, respira il clima artistico culturale contemporaneo ma ne resta fuori. Non ha maestri, non ha frequentato scuole, non ha aderito a movimenti nè ne ha creato uno, non ha allievi, discepoli, o imitatori. Da dove è sbucato fuori? Cosa resterà di lui? Magazzini nei sotterranei dei musei stipati di scatole, vecchie foto e cappotti, proprio come lui li aveva trovati, e le forme si disfarranno. Lui cerca di spiegare la storia fra le pieghe del tempo, ma è consapevole che il tempo avrà ragione di lui.

Perciò la questione resta aperta, così come l’interpretazione dell’opera d’arte. Lui che non legge per sua stessa ammissione, potrebbe non conoscere ciò che ha scritto Umberto Eco al riguardo, ma forse, dopotutto, non ne ha bisogno.

La seconda novità che riserva la mostra bolognese è la sua conclusione: Animitas. Nessuna visione sfocata o parziale qui, il bianco campo aperto e sconfinato irradia senza accecare. Disegna su un deserto le stelle al di sopra di esso e le fa muovere al tintinnio delle campanelle, in una musica che unisce cielo e terra e mette ai suoi piedi un piccolo giardino fiorito. Alla fine prevale l’armonia.

Arrivèe

 

Silvia – Il Club dell’Ornitorinco