info@ilclubdellornitorinco.it

Andy Warhol: “Last Supper”. Il ciclo che chiude una carriera

Last Supper è l’ultima serie a cui Andy Warhol si dedicò nella sua vita. Vi lavorò per più di anno durante il quale riuscì a realizzarne una tale quantità fra grandi tele, particolari, disegni, che ancora non si è riusciti a farne una stima precisa, ma che superano di numero tutti i cicli precedenti. Tra questi molti sono gli ingrandimenti di dettagli dell’opera, soprattutto del volto e della mano destra di Cristo, della mano fra gli apostoli che stringe il pugnale o di piccoli gruppi di figure, tanto numerosi che Joseph D. Kenter II, curatore di una mostra sull’ultima decade di Warhol, disse che era il più ambizioso corpo di dipinti religiosi del ventesimo secolo. Nonchè dello stesso artista, il quale nello stesso tempo seguiva anche altri progetti ma, come racconta il suo assistente di allora Jay Shriver, dedicava tutti i giorni un’ora o più a studiare e disegnare dettagli per Last Supper.

Christ 112 times, Last Supper, 1986

La serie gli fu commissionata nel 1985 dal noto gallerista Alexandre Iolas per il suo spazio espositivo a Milano, che era situato molto vicino al refettorio di Santa Maria delle Grazie dove è conservato il Cenacolo di Leonardo. Egli pensò che sarebbe stata un’iniziativa che avrebbe suscitato un grande interesse affidare a cinque artisti contemporanei delle rivisitazioni del capolavoro, e fra questi scelse anche Warhol.

Tutte le mie immagini sono la stessa… ma anche molto diverse… cambiano con la luce dei colori, col momento e l’umore… la vita non è forse una serie di immagini che cambiano mentre si ripetono?

Queste parole, pronunciate anni prima che Warhol iniziasse a dipingere i Last Supper, sono utili a comprendere molte delle scelte attuate dall’artista in questa serie e l’atteggiamento che assunse nel porsi in relazione con un’opera che non era la sua. Un lavoro che incorpora vari aspetti della illustre, plurisfaccettata, incredibilmente ambigua carriera del suo creatore.

Pink Last Supper, 1986

In questo ciclo Warhol ricorse a tutti gli stilemi che aveva sperimentato negli ultimi ventiquattro anni a partire dal periodo Pop: la ripetizione del soggetto, esasperata fino all’estremo in Sixty Last Supper; il colore che viene variato o sottratto come era stato per una sua precedente, celebre, serie: Death & Disaster; il raddoppiamento del soggetto principale della tela, che provoca uno spaesamento; il mascheramento delle superfici attraverso il motivo mimetico o con zone di colore puro dal profilo geometrico; la riduzione della composizione nei suoi elementi fondamentali e in linee essenziali.

Le tele in cui compaiono simboli e loghi prelevati dal mondo della pubblicità sono fra le più caratteristiche dell’intero ciclo, poichè la scena viene completamente saturata di segni che non interferiscono con la narrazione ma al contrario la rafforzano. Inizialmente associare sapone, patatine e cartellini del prezzo all’Ultima Cena, l’episodio evangelico che per il cristianesimo è il cardine della storia sacra, non fu visto con favore, ma Warhol non rinunciò mai alla massima pop per cui “tutto è arte”. Ad esempio in una versione una colomba rosa stilizzata si libra proprio sopra la testa di Cristo, nello spazio lasciato vuoto fra lui e l’apostolo Giovanni mentre sotto di loro campeggia la scritta “Dove”. La grafica è quella della nota marca di saponi, che scelse la colomba come logo, che è il significato della parola “dove”. Con questo artificio Warhol maschera la rappresentazione dello Spirito Santo, rappresentato secondo la comune iconografia come una colomba che scende dal cielo, ponendolo proprio al centro della scena. Sulla destra della stessa tela compare il logo circolare della General Electric, la società che eroga l’energia, che copre parzialmente l’ultimo gruppo di tre apostoli. Esso evoca la luce, che è da sempre il modo prediletto per evocare la presenza di Dio Padre.

Last Supper, 1986

In poche parole, quella che si presenta davanti a noi è una rivisitazione del Cenacolo di Leonardo alla quale viene aggiunta una rappresentazione della Trinità. Un’allegoria Pop che preleva dalle immagini, ormai considerate iconiche, della pubblicità, per creare delle nuove icone. Ma parlare di arte moderna in questo caso sarebbe parziale, l’ultima serie di Warhol fu un caso esemplare di estetica postmoderna per l’esibito citazionismo dell’arte del passato e la disinvoltura con la quale viene rovesciato il rapporto fra sacro e profano, cultura d’elite e di massa. Si pone in essere quanto aveva, incosciamente, preannunciato già nel 1922 lo scrittore Hugo von Hofmannsthal: “La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie”

Silvia – Il Club dell’Onritorinco